07 March 2011

Il compleanno di Tareq

Il 15 marzo Tareq compie cinque anni. E spera tanto che per il suo compleanno papà torni a casa. Ormai non lo vede più da due mesi. “Ma dov’è andato papà, Tareq?”, gli chiedo. “A Avezzano”, mi risponde timidamente, per poi correre a nascondersi dietro le scale, inseguito dalla cuginetta Sara che lo corregge con il tono di una che la sa lunga: “Non è vero! È andato in Marocco!”. Dopo le iniziali risate, nel salotto della famiglia Abaziad scende un attimo di imbarazzo. Nessuno ha ancora spiegato ai bambini cosa è successo davvero. È che certe cose è difficile spiegarle ai più piccoli. Come si fa per esempio a dire a un bambino che nel 2011 esiste una legge in Italia che impedisce a un padre di vivere accanto al proprio figlio se non ha un foglio di carta che si chiama “permesso di soggiorno”. E che senza quel foglio di carta, i carabinieri vengono a casa, bussano forte alla porta, gridano e ti caricano sulla macchina come nei film per portarti in una specie di prigione lontano dalla tua famiglia e dalla tua città. No, meglio non far preoccupare i bambini, e lasciarli giocare come se niente fosse, nei prati di questo paesino abruzzese.

Siamo a Gioia dei Marsi, provincia di L’Aquila. Poche case ai piedi della montagna, duemila anime, pochi giovani e sempre più famiglie di emigrati, attirati fin quassù dall’economia dell’agricoltura della piana del Fucino. Gli uomini finiscono nei campi a tagliare finocchi e raccogliere lattughe. Le donne negli stabilimenti dei lavaggi delle verdure. Qui vive anche la famiglia di Kabbour, il papà del piccolo Tareq. Ho conosciuto Kabbour al centro di identificazione e espulsione di Modena, dove è recluso da due mesi, in attesa del rimpatrio in Marocco. Oggi è domenica 6 marzo, e siamo venuti fin quassù per vederci più chiaro. Perché a Gioia vivono i suoi genitori, gli zii, le quattro sorelle, i nipotini, la moglie, l’ex convivente e suo figlio Tareq. E vivono qui da una vita. Kabbour c’è arrivato che era un bambino di 11 anni, in paese lo conoscono tutti. Le sorelle, i nipoti e suo figlio in Italia ci sono addirittura nati. Sì perché la famiglia di Kabbour è stata la prima famiglia marocchina a installarsi a Gioia dei Marsi, nel lontano 1995. Il primo a arrivare fu il nonno di Tareq, padre di Kabbour, il signor Abdelkerim, che giunse in Abruzzo nel 1989, all’età di 33 anni. Quattro anni dopo lo raggiunsero la moglie e i tre figli.

“Quello era il prato dove giocavano i bimbi da piccoli” – mi dice il signor Abdelkerim indicando un campo incolto. “Facevamo le squadre, io, Kabbour, Leila e Miriam, due contro due”. E sotto i baffi bianchi gli si dipinge un sorriso tra le rughe di un volto segnato dalla fatica. Ventidue anni di duro lavoro, a spaccarsi la schiena nei campi e a girare con la bancarella nelle sagre della provincia durante i giorni liberi. Ventidue anni di contributi pagati allo Stato italiano e di risparmi che ha investito comprando casa proprio qui a Gioia dei Marsi, dove i suoi figli sono cresciuti. “Quella è la scuola elementare dove hanno studiato le bambine, e quella è la scuola media che ha fatto anche Kabbour”.

Dopo qualche anno nei campi col padre, Kabbour si era dato al commercio. Aveva una bancarella e una regolare licenza da venditore ambulante. Nella cantina di casa c’è ancora il magazzino della merce. Scatoloni pieni di orologi, orecchini, portafogli, cintole, giocattoli per bambini. Gli affari andavano bene, finché un giorno lo presero con dei pericolosissimi cd masterizzati di film e musica. Gli stessi che si vendono a migliaia nelle città di tutta Italia, ma che a Avezzano destarono un allarme sociale non da poco, visto che per quei cd Kabbour fu condannato per violazione del diritto d’autore a una pena di sei mesi, ridotta a quaranta giorni grazie all’indulto del 2006.

Di quel precedente penale probabilmente con il passare tempo Kabbour se ne era pure dimenticato. Fin quando però gli fu di nuovo contestato, a distanza di anni, per revocargli il permesso di soggiorno, con un’ordinanza del luglio 2010. Oltre a quella condanna, venne addirittura ripescata una vecchia condanna per furto, una ragazzata di dieci anni prima, quando con quattro amici avevano portato via una tuta ciascuno da un negozio di abbigliamento di Avezzano. Sulla base di quell’ordinanza, la prefettura di L’Aquila lo giudica addirittura come un elemento di “pericolosità sociale” di cui invoca l’immediato allontanamento dal territorio italiano. Poco importa se si tratti di un ragazzo che fin da bambino vive in Italia. Figlio di una famiglia che in questo paese conta tre generazioni: padre, figli e nipoti. I carabinieri hanno addirittura mandato una volante a prelevarlo da casa alle sette del mattino del 10 gennaio, neanche fosse un superlatitante. E il giorno dopo era dietro le sbarre del centro espulsioni di Modena. Da dove ogni giorno telefona a Tareq dicendo di stare tranquillo, che presto ritorna.

Ma perché questo improvviso accanimento contro Kabbour? Se lo chiede pure il suo avvocato, C. Terra, che ammette: “Ho parlato in commissariato, contro Kabbour c’è una certa prevenzione”. In altre città di Italia, è risaputo che i carabinieri obblighino le persone senza documenti di soggiorno a collaborare nelle indagini antidroga facendo i nomi dei loro connazionali coinvolti nel giro dello spaccio. A chi collabora viene promessa una vita al riparo dai controlli d’identità, per chi si rifiuta invece la minaccia è la denuncia e l’espulsione. E a Gioia? No perché gira voce in paese che ogni tanto i carabinieri venivano a prendere Kabbour a casa di notte e lo portavano in commissariato. Di cosa parlavano? E di cosa parlavano quella volta che è finito in ospedale dopo le botte che si è preso al commissariato? Sicuri che sia il solo a dover essere espulso dal paese?


Aggiornamento: Il papà di Tareq è stato espulso l'8 marzo 2011